Archive for the ‘Cinema’ Category
Auto nel cinema
Il successo commerciale di un film è un lavoro che nasce da molteplici fattori, primo tra tutti la giusta sponsorizzazione. Il settore auto utilizza da tempo il grande schermo per veicolare i propri modelli e associarli ad un determinato messaggio. In “Iron Man” la figura femminile guidava una Audi A5, mentre la R8 faceva da padrone per tutta la durata del film. La Maserati Spyder accompagna le casalinghe disperate di “Desperate Housewives”, la Dodge Charger R/T nera in “Fast and Furious”, la Dodge Viper SRT 10 in “Wanted-Scegli il tuo destino” con Angelina Jolie.
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Questi sono solo alcuni dei numerosissimi esempi di auto famose “prestate” al mondo fittizio del cinema, capace di nutrirsi di diverse scelte stilistiche nel campo dell’abbigliamento, dell’arredamento, dell’oggettistica e appunto delle auto. E proprio in Inghilterra è in corso una interessantissima mostra sui veicoli che hanno accompagnato il più celebre degli agenti segreti, James Bond. Tutti gli appassionati potranno godere della vista dei bolidi guidati da Bond nella sua lunga carriera cinematografica, gustando le modifiche apportate dai tecnici che rendevano le potenti e bellissime auto ancora più spettacolari: la Jaguar XKR con i lanciamissili, la Lotus Esprit che diventava sommergibile in “La Spia che mi amava”, l’Aston Martin DBS in “Quantum of Solance” o ancora la Ford Mustang e la Rolls Royce Silver Shadow.
Grandi auto entrate nell’olimpo delle auto “cinematografiche”, come l’allora sconosciuta DeLorean che raggiunse in brevissimo tempo lo status di auto cult grazie al suo utilizzo nel film “Ritorno al Futuro” di Robert Zemeckis. Auto che rappresentano uno status, che fungono da coprotagonisti o che colpiscono per l’interpretazione futuristica delle loro linee e funzionalità, in un connubio, quello cinema/auto capace di esaltare lo spettatore e di assicurare un ottimo ritorno in termini d’immagine e di investimenti.
La pelle di Almodovar

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Pochi registi sono riusciti a ritagliarsi un posto d’onore ad Hollywood mantendeno intatta la loro inesauribile carica dissacratoria. il regista spagnolo Pedro Almodovar è uno di questi, creatore di un cinema colto e popolare, capace di trasudare sentimenti e serbare colpi di scena avvincenti.
La filmografia di Almodovar é popolata da personaggi sopra le righe: fragili, viziosi, strambi, al limite del loro stesso essere; basti pensare ad Antonio Banderas in “Legami” e al suo tormentato rapporto con Victoria Abril o ai personaggi non protagonisti come El tigrino de “La pelle che abito”. E carnale é l’attenzione che il regista punta sulle sue creature, immerse in mondi allucinanati e terribilimente familiari, in cui la morte di un marito violento apre scenari inaspettati per la protagonista femminile che riesce finalmente a ricomporsi come donna in un universo femminile ritrovato in “Volver”. Almodovar ama i suoi attori Banderas, Penelope Cruz, Gael Garcia Bernal,… e lo spettatore coglie questa sinergia nei momenti al limite del melodramma, nei flashback rivelatori o menzogneri, nelle storie intrecciate e nei sentimenti espressi.
Nel corso degli anni il virtuosismo tecnico del regista si é evoluto in uno stile assolutamente unico, riconoscibile sin dalle prime sequenze. Colpisce l’uso della luce e del colore, sempre molto acceso in Almodovar che nelle sue variazioni di tonalità sceglie un linguaggio visivo di assoluta forza comunicativa. E la musica che nei film del Maestro occupa sempre un ruolo di co-protagonista, mai semplice accompagnamento, ma parte attiva dell’universo emotivo dei personaggi.
Il mondo del cineasta è critico nei confronti dei dettami della societá moderna, siano essi religiosi, comportamentali, sociali, esempio lampante é lo splendido film “La mala Educacion” e getta sempre uno sguardo ironico sulla tragicitá che ci circonda e che è insita in ognuono di noi.
I 10 migliori film 2011

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A fine anno abitualmente facciamo il punto della situazione e ci chiediamo cosa é andato bene e cosa male nell’ anno che sta per finire. Improvvisamente, guardando l’anno passato con una certa distanza, ci ritroviamo spesso immersi nei nostri pensieri a fare una piccola classifica personale delle cose accadute dalla più alla meno importante. Lo stesso vale ovviamente per gli appassionati di cinema per i film. Nel 2011 sono usciti nelle sale italiane, in confronto agli anni precedenti in cui l’Italia poco ha offerto al cinema internazionale, due film di cui il nostro paese può essere fiero, uno diretto da un regista italiano e un altro interamente prodotto in Italia che secondo la nostra opinione meritano i primi posti.
1) In pole position “This must be the place” di Paolo Sorrentino con una splendida interpretazione di Sean Penn e una colonna sonora mozzafiato.
2) “Habemus Papam” di Nanni Moretti, una commedia intelligente che si apre a sfumature profonde.
3) Per il bronzo abbiamo scelto “Le avventure di Tintin: Il segreto dell’unicorno” diretto da Spielberg che offre momenti di emozione e nostalgia.
4) “The Tree of live” ha indubbiamente diviso la critica ma ha un grande merito, riesce infatti a catturare momenti di vita in immagini meravigliose.
5) “Il cigno nero” che una volta visto non si dimentica più.
6) “The Artist” un film completo e geniale pur essendo in bianco e nero e addirittura muto. Un omaggio particolare al cinema che fu.
7) Il film iraniano “Una separazione” vince l’orso d’oro al Festival di Berlino e spiega il malessere di chi vive in Iran, raccontando il divorzio di una coppia di classe media.
8) “Il discorso del Re” del regista britannico Tom Hoober, già premiato con l’ Oscar, rivela in modo coinvolgente la fragilità così umana anche nei potenti.
9) “Pina” di Wim Wenders che usa il 3D come ancora non era stato fatto e cattura anche gli spettatori che non amano la danza. Sorprendente.
10) Chiude la classifica un film indipendente della regista americana Debra Granik “Un gelido inverno” che deve molto alla splendida interpretazione dell’ attrice protagonista Jennifer Lawrence.
Cime gemelle

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Un uccello appollaiato su un ramo secco volge il becco verso l’alto, piccolo e indifeso sfida in un titanismo che fa tenerazza la maestosità del cielo.
Con queste immagini si apre la sigla di una delle serie televisive che ha fatto la storia della televisione americana, conquistando milioni di appassionati nel mondo. Popolata dalle stranezze di tanta gente normale in un piccolo centro sperduto tra i boschi del Canada, Twin Peaks popolerá le fantasie dei telespettatori per circa un biennio negli anni Novanta.
Maestro dell’onirico, il grande Davi Lynch in collaborazione con Mark Frost conquista il pubblico con una serie che apre nuovo dimensioni stilistiche, nel campo della trasposizione televisiva di stilemi cinematografici. La contrapposizione dei colori tetri e opprimenti della realtá della cittadina si scontra ad esempio con la vividezza di quei colori che popolano le visioni e i sogni dei personaggi in un uso totalmente innaturale della luce.
Incapaci di vivere nella realtá quotidiana senza nascondere agli altri e a se stessi l’incubo della menzogna e dell’ipocrisia - delitto per eccellenza – si rendono di fatto tutti colpevoli. L’agente Cooper nella sua simpatica ingenuitá tenterá di dipanare le matasse sempre più ingrovigliate di Twin Peaks in un crescendo di colpi di scena, di intrusioni oniriche e follie private. Le note di Angelo Badalamenti fanno da contrappunto sonoro alle immagini; tetre, scandite, evocative. Dall’interrogativo di “chi ha ucciso Laura Palmer?” della puntata iniziale si sviluppa il mondo visionario di Lynch, che tra i boschi vi é cresciuto veramente.
Tramite una regia e una sceneggiatura sapienti mette in atto quelle cifre stilistiche che caratterizzano il suo cinema, costantemente in bilico tra il sogno e la realtá, alimentato da personaggi bizzarri, in cui l’essere non é sempre meglio del non essere.