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Taviani vinicitori
Era dal 1991 che un film italiano non conquistava più l’Orso d’oro alla rinomata Berlinale. Il festival del cinema di Berlino ha incoronato i fratelli Taviani che con il film “Cesare non deve morire” hanno convinto all’unanimità critica e pubblico. Fu “La casa del Sorriso” di Marco Ferreri l’ultimo film italiano premiato, poi si sono succeduti anni in cui il cinema italiano non è stato più rappresentato al festival, suscitando anche commenti fuori luogo da parte del direttore stesso della Berlinale.
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E invece quest’anno l’opera corale dei Taviani convince e incanta, una standing ovation ha accompagnato la fine del film, girato in appena sei mesi nel carcere di Rebibbia. I detenuti hanno messo in scena il “Giulio Cesare” di Shakespeare e il lavoro dei Taviani si concentra sulla documentazione del laboratorio teatrale sotto la guida sapiente del regista Fabio Cavalli e sulle varie fasi che sottendono la messa in scena del dramma. La scelta degli attori, le prove, il testo che a poco a poco diventa parte integrante della stessa sorte dei detenuti.
E Shakespeare diventa quanto mai attuale nei suoi richiami alla politica, ai giochi di potere, alle astuzie che caratterizzavano, oltre la grandezza, la vita dell’antica Roma. Uno spirito quindi nuovo che investe il testo shakespeariano e lo interpreta con le voci, i volti, i gesti dei detenuti. I fratelli Taviani hanno ringraziato proprio loro i reclusi che hanno reso possibile il film e li hanno ricordati con i loro nomi, sottolineando come al momento della premiazione, tra lustri, luci e applausi, loro si trovino nella solitudine del carcere.
Nessuna apologia del detenuto; la volontà dei Taviani è chiara e si esprime nella frase da loro pronunciata a proposito del perché girare un film con dei detenuti: “Spero che qualcuno tornando a casa dopo aver visto Cesare deve morire pensi che anche un detenuto, su cui sovrasta una terribile pena, resta e un uomo. E questo grazie alle parole sublimi di Shakespeare”.
Auto nel cinema
Il successo commerciale di un film è un lavoro che nasce da molteplici fattori, primo tra tutti la giusta sponsorizzazione. Il settore auto utilizza da tempo il grande schermo per veicolare i propri modelli e associarli ad un determinato messaggio. In “Iron Man” la figura femminile guidava una Audi A5, mentre la R8 faceva da padrone per tutta la durata del film. La Maserati Spyder accompagna le casalinghe disperate di “Desperate Housewives”, la Dodge Charger R/T nera in “Fast and Furious”, la Dodge Viper SRT 10 in “Wanted-Scegli il tuo destino” con Angelina Jolie.
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Questi sono solo alcuni dei numerosissimi esempi di auto famose “prestate” al mondo fittizio del cinema, capace di nutrirsi di diverse scelte stilistiche nel campo dell’abbigliamento, dell’arredamento, dell’oggettistica e appunto delle auto. E proprio in Inghilterra è in corso una interessantissima mostra sui veicoli che hanno accompagnato il più celebre degli agenti segreti, James Bond. Tutti gli appassionati potranno godere della vista dei bolidi guidati da Bond nella sua lunga carriera cinematografica, gustando le modifiche apportate dai tecnici che rendevano le potenti e bellissime auto ancora più spettacolari: la Jaguar XKR con i lanciamissili, la Lotus Esprit che diventava sommergibile in “La Spia che mi amava”, l’Aston Martin DBS in “Quantum of Solance” o ancora la Ford Mustang e la Rolls Royce Silver Shadow.
Grandi auto entrate nell’olimpo delle auto “cinematografiche”, come l’allora sconosciuta DeLorean che raggiunse in brevissimo tempo lo status di auto cult grazie al suo utilizzo nel film “Ritorno al Futuro” di Robert Zemeckis. Auto che rappresentano uno status, che fungono da coprotagonisti o che colpiscono per l’interpretazione futuristica delle loro linee e funzionalità, in un connubio, quello cinema/auto capace di esaltare lo spettatore e di assicurare un ottimo ritorno in termini d’immagine e di investimenti.
Sundance Film Festival

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Tra gli appuntamenti di maggior interesse per gli amanti del cinema sperimentale il Sundance Film Festival rappresenta una vetrina importantissima. Sin dagli inizi il Festival si è contraddistinto per la sua natura indipendente e ha permesso nel corso dei decenni a giovani registi, sceneggiatori e scrittori di sviluppare progetti originali non necessariamente legati alle logiche del mercato. Mecenate dell’iniziativa fu Robert Redford che tra la fine degli anni 70 e gli inizi degli 80 fondò con un gruppo di amici tra le montagne dello Utah il Sundance Institute tra le montagne dello Utah.
L’Istituto si organizza come una struttura no profit, la cui attività é finalizzata al sostegno di cineasti emergenti. Grandi nomi sono usciti dalle sue porte, quali Quentin Tarantino che con “le Iene” presentato al festival, raggiunse la notorietà mondiale, Jim Jarmusch e Steven Soderbergh tra i tanti. Cinema indipendente, capace di conquistare il grande pubblico, pensiamo al successo cinematografico di “Little Miss Sunshine”. Il Festival omonimo realizzato dall’Istituto ha visto crescere esponenzialmente la sua importanza a livello americano ed internazionale, sostenendo piú di 300 film con borse di studio e sovvenzioni varie.
Tra i vincitori delle categorie prinicpali dell’edizione 2011 ricordiamo “Like Crazy” della giovanissima Drake Doremus. “Restrepo” sulla guerra in Afghanistan del compianto Tim Hetherington, morto a Misurata in Libia, mentre riprendeva i combattimenti vinse nel 2010, insieme a “Winter’s Bone”. Diretto da Debra Granik, un film toccante sul coraggio di una figlia disposta a tutto per salvare ció che rimane della sua famiglia, molto apprezzato da noi della redazione. Attendiamo con trepidazione la nuova edizione che si terrá dal 19 al 29 gennaio e presenterá più di 117 pellicole. E facciamo un grande in bocca la lupo a Paolo Sorrentino che, con “This must be a place” parteciperá nella sezione spotlight.